Mi ha fatto inculare - cap. 2 storia vera
MI HA FATTO INCULARE - CAPITOLO 2
STORIA VERA
....Il ritmo delle spinte di Paolo si fece regolare. Un movimento lento, quasi pigro, come se stesse assaporando ogni centimetro del mio interno. Il suo cazzo scivolava fuori—il vuoto improvviso mi faceva gemere—per poi riaffondare con una pressione che mi spingeva in avanti, la faccia sempre più schiacciata contro la figa di Anna.
«Sì, così,» mormorava lei. «Prendilo tutto.»
Le sue dita si attorcigliavano ai miei capelli. Non era più una carezza: adesso mi teneva fermo, il naso premuto contro il suo pube, la lingua costretta in uno spazio sempre più stretto. Il clitoride mi pulsava contro la punta della lingua, duro come un nocciolo di ciliegia.
Paolo accelerò.
Il suo bacino sbatteva contro le mie natiche con un suono umido—la carne contro la carne, il sudore che cominciava a colarmi lungo l'interno coscia, il lubrificante che avevo sentito sulle sue dita e che adesso colava fuori a ogni affondo. Un rivolo tiepido mi scendeva verso lo scroto.
«Lo senti come ti allarga?» La voce di Anna mi arrivava ovattata, filtrata attraverso la sua carne. «Ha il cazzo più grosso della Versilia e tu te lo stai prendendo tutto.»
Avrei voluto rispondere. Dire qualcosa. Ma la mia bocca era piena di lei, e l'unico suono che riuscii a emettere fu un gorgoglio strozzato che la fece ridere.
Quella risata mi attraversò la schiena come una scossa.
Il dolore non era scomparso—era mutato. Ogni spinta di Paolo mi bruciava ancora, ma sotto il bruciore si era aperta una sensazione diversa: un calore diffuso che partiva dall'ano e si irradiava verso la base della spina dorsale, verso lo stomaco, verso quel punto segreto che non sapevo di avere. La prostata. La stava sfiorando. Ogni volta che il suo cazzone passava su quel nodo invisibile, le mie gambe tremavano.
«Ecco,» ringhiò Paolo. «Ecco, l'ho trovato.»
Aveva sentito il mio tremito.
Ricominciò a spingere, ma stavolta mirato. Ogni affondo era un colpo preciso contro quel punto, e ogni colpo mi strappava un gemito che Anna beveva direttamente dalla sua carne. Il mio cazzetto—quel misero affarino di otto centimetri—pulsava incontrollabilmente, dondolando avanti e indietro al ritmo delle spinte. Sbatteva contro l'aria, inutile, ignorato, ma più duro di quanto lo avessi mai sentito.
«Paolo, fermati un attimo.»
Lui obbedì immediatamente. Il suo cazzo rimase sepolto dentro di me, pulsante, caldissimo. Il respiro di Paolo era affannoso—sentivo il suo petto che si alzava e si abbassava contro la mia schiena.
Anna allentò la presa sui miei capelli. «Marco, girati. Adesso voglio vederti in faccia mentre ti scopa.»
Mi staccai da lei con un suono viscido. La mia saliva le aveva lucidato l'interno coscia, e le piccole labbra brillavano nella luce. Mi girai—il movimento fece ruotare il cazzo di Paolo dentro di me, strappandomi un gemito—e mi ritrovai a quattro zampe, rivolto verso Anna.
Lei aveva recuperato un cuscino e se l'era messo dietro la schiena. Adesso era semisdraiata, le gambe aperte, la figa esposta e luccicante. I suoi occhi scuri mi fissavano con un'intensità che mi fece avvampare il petto.
«Ti piace il cazzo di mio marito nel culo, Marco?»
La domanda era retorica—la risposta era scritta sul mio corpo, nei miei gemiti, nel mio cazzetto che adesso sporgeva ridicolmente verso l'alto.
«Sì,» riuscii a dire. La voce mi uscì roca. «Mi piace. Tanto.»
«Quanto?»
«Non—» una spinta di Paolo mi fece perdere il filo. «Non ho mai sentito niente di simile.»
Anna sorrise. Si leccò le labbra—un gesto lento, deliberato. «Allora portami all'orgasmo. Adesso. Mentre lui ti scopa. Voglio venire sulla tua faccia mentre ti riempie il culo.»
Le sue dita trovarono il mio mento, mi sollevarono la testa. «E dopo—dopo voglio vedere Paolo che ti viene sulla schiena.»
Paolo riprese a scoparmi senza che Anna dovesse dirglielo. Conosceva i tempi. Conosceva i ritmi. Erano una macchina oliata, quei due—una coreografia che avevano perfezionato con chissà quanti altri, e che adesso eseguivano su di me con una precisione quasi crudele.
Ma non era crudeltà.
Era attenzione.
Ogni spinta di Paolo era calibrata per massimizzare il mio piacere senza farmi svenire. Ogni carezza di Anna sulla mia guancia serviva a ricordarmi che non ero solo un buco da riempire—ero un corpo che stavano leggendo, interpretando, suonando.
Tornai a leccarla.
Stavolta la lingua partì direttamente dal clitoride. Niente preliminari. La mia bocca si chiuse attorno a quel bottoncino pulsante e succhiò—un movimento deciso, ritmico, che seguiva il tempo delle spinte di Paolo. Lui spingeva dentro, io succhiavo. Lui si ritirava, io facevo ruotare la lingua in senso orario.
Anna inarcò la schiena.
«Cazzo, sì. Non fermarti. Non fermarti o ti ammazzo.»
La minaccia mi fece ridere—un soffio d'aria calda contro il suo clitoride—e quel soffio la fece gemere. Le sue cosce si strinsero attorno alle mie orecchie, imprigionandomi. L'odore di lei mi riempiva le narici: salmastro, muschiato, con una punta acre che mi faceva venire l'acquolina in bocca.
Paolo accelerò di nuovo.
Le sue mani mi afferrarono i fianchi con una forza che mi avrebbe lasciato lividi. Le dita affondavano nella carne molle sopra le anche, e ogni spinta era un colpo secco che mi faceva oscillare in avanti. Il mio cazzetto sbatacchiava come un campanello impazzito.
«Lo senti?» ringhiò Paolo. «Lo senti quanto è duro? È tutto per te, Marco. Tutto per il tuo culetto stretto.»
Non risposi. Non potevo. La mia bocca era sigillata attorno al clitoride di Anna, e la mia mano destra—la mano destra si era infilata dentro di lei senza che me ne accorgessi. Tre dita. Tre dita che la scopavano a ritmo contrario rispetto alle spinte di Paolo.
Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.
L'interno di Anna era caldo e vellutato, e le pareti mi stringevano le dita con una forza che mi sorprese. Era più stretta di quanto mi aspettassi—o forse erano le mie dita a essere più grosse del solito, gonfie per l'eccitazione, per il sangue che pompava ovunque tranne che nel mio cazzetto inutile.
«Tre dita,» gemette lei. «Ne hai messe tre, vero?»
Annuii contro la sua carne.
«Bravo. Bravo, cazzo. Continua. In basso, verso l'ano. Sfioramelo.»
Obbedii. La punta del mio dito medio scivolò più in basso, trovando l'anello rugoso del suo ano. Lo accarezzai. Non entrai—lo accarezzai soltanto, con una pressione leggera, un cerchio lento.
Anna urlò.
Un urlo vero, che rimbalzò contro le pareti del salotto e tornò indietro amplificato. Le sue gambe mi strinsero la testa fino a farmi male, e il suo bacino iniziò a muoversi—a scoparmi la faccia, a spingere il clitoride contro la mia lingua con una furia che non avevo mai visto. Le mie dita dentro di lei accelerarono, curvandosi leggermente per premere contro la parete anteriore—quel punto ruvido che sapevo essere il suo punto G.
E intanto Paolo—Paolo mi stava distruggendo.
Le sue spinte erano diventate violente. Ogni affondo mi faceva vedere le stelle. Il suo cazzo enorme scivolava dentro e fuori con un suono viscido, e il lubrificante ormai mi colava lungo le cosce, mescolandosi al sudore. L'aria del salotto era irrespirabile—incenso, sesso, feromoni, il tutto compresso in una cappa umida che mi faceva girare la testa.
«Sto per venire,» ansimò Anna. «Sto per venire, cazzo, sto per venire—»
Il suo corpo si tese come un arco.
La sentii contrarsi attorno alle mie dita—una serie di spasmi rapidi, violenti, che le facevano tremare le cosce e le facevano emettere un suono gutturale, animalesco. La sua mano affondò di nuovo nei miei capelli ma stavolta per tirarmi via, per strapparmi dal suo clitoride diventato improvvisamente troppo sensibile.
«Basta,» rantolò. «Basta, basta, basta—»
Mi staccai da lei. La mia faccia era ricoperta del suo sapore—mi colava sul mento, sulle guance, fin dentro il collo. Respiravo a fatica, la bocca aperta, la lingua che penzolava come quella di un cane dopo la corsa.
Anna giaceva sui cuscini con gli occhi chiusi, il petto che si alzava e si abbassava velocemente. Un sorriso le deformava le labbra—un sorriso da sbronza, da drogata, da persona che ha appena toccato qualcosa di divino.
«Adesso lui,» mormorò senza aprire gli occhi. «Voglio che gli vieni sulla schiena, Paolo. Voglio vedere la sborra che cola giù fino alle chiappe. Voglio—»
Paolo la interruppe con un ringhio.
Le sue mani mi spinsero in avanti. Caddi a pancia in giù sul telo giallo, le braccia che non mi reggevano più. Il cotone della stoffa mi graffiò la guancia. Paolo si sistemò dietro di me, le ginocchia che mi allargavano le cosce.
«Fermo così. Non ti muovere.»
Lo sentii estrarre il cazzo dal mio culo. Il vuoto fu quasi peggiore del pieno—una sensazione di perdita che non mi aspettavo, un'apertura innaturale che l'aria fresca accarezzava come un insulto. Il mio culo era dilatato, pulsante, esposto.
Paolo si masturbava.
Il suono della sua mano sull'asta bagnata di lubrificante e dei miei fluidi era osceno. Schiocchi umidi, regolari, sempre più veloci. Il suo respiro si faceva affannoso.
«Ancora due secondi,» ansimò. «Ancora—ecco, ecco—»
Un fiotto caldo mi colpì la schiena all'altezza delle scapole.
Una quantità assurda. Zampilli densi, biancastri, che mi ricoprivano la colonna vertebrale—uno, due, tre getti potenti che mi schizzavano sempre più in basso, fino al fondo schiena, fino all'inizio delle natiche. Il calore mi sorprese—era quasi bollente, come se la sborra di Paolo fosse stato tenuto in un forno.
Paolo gemeva. Grugniva. Si svuotava su di me con una generosità che non avevo mai sperimentato—nemmeno nei porno che guardavo da ragazzo.
«Non muoverti,» ripeté Anna. «Non pulirti. Voglio guardarti così. Voglio vedere la sborra di mio marito sulla tua schiena mentre noi—mentre noi ti facciamo—»
Si interruppe.
Aprì gli occhi.
«Paolo. Vieni qui. Voglio che mi aiuti a farlo venire. Voglio che gli facciamo un pompino insieme.»
Paolo si inginocchiò accanto a me senza dire una parola. Il suo cazzo—ancora parzialmente eretto, ancora imbrattato di sperma e lubrificante—pendeva pesante tra le sue cosce. La sua mano mi afferrò la spalla e mi fece rotolare sulla schiena.
Mi ritrovai supino, con la sborra di Paolo che mi si appiccicava al telo, con le gambe spalancate, con il mio cazzetto in piena vista di entrambi.
Anna si avvicinò. Si chinò.
«Guarda che carino,» sussurrò. «Sembra un fungo. Un funghetto arrabbiato.»
La sua lingua toccò la punta del mio glande e io.....
Iniziò cosi un bel Pompino....non so se era più brava lei o lui...ma...
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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